Then. –

Ho pensato a te
a lungo

Poi
mi son fermata

Ho pensato al silenzio
della distanza che nella
voce tua avverto, al
profondo  blu e al
verde delle colline
e ai treni
e agli amori
che ci separano.

Ho pensato a te
per
anni

Poi
tu avevi smesso già
da secoli –

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Words –

Le parole sono difficili da gestire. Ci vuole molta responsabilità nel pronunciarle. Esse sono un campo minato di sofferenze e in base a queste si viene giudicati. In verità non trasmettono nulla, né il vero né il falso, anzi qualcosa a metà tra il fittizio e la speranza.

Si viene “giudicati” perché chi “parla” troppo è un ciarlatano, chi poco un saggio, chi dice qualcosa riconosciuta falsa socialmente un bugiardo e viceversa. Inoltre, in base alla figura che rappresentiamo in questo teatro globale, tutto ciò che diciamo è vero o meno. Un poliziotto verrà sempre creduto, un politico meno.

Le parole sono sassi e alle volte feriscono più delle azioni reali. Tuttavia, bisogna che si sappiano utilizzare, dosare, pesare e accettare il fatto che tutto ciò che viene espresso dal nostro apparato fonetico ha delle conseguenze.

E’ tutto ambiguo, nessuna parola ha un significato definito, perché chiunque può interpretarle, farle proprie e donare loro un senso preciso e unico.

Farewell à tout le monde.

Addio.

Sì, addio, ma non ai monti, alla vita.

Addio a voi e alla Terra tutta.

Ho realizzato di essere troppo sensibile per questa città, nazione, mondo. Non ho certezze, né soldi, né affetti. Sono una persona piena di rancori, difetti, inconsistenza. La mia colpa è stata quella di dare per scontato che la mia famiglia – in quanto tale – mi amasse a priori. Invece, con il tempo, ho capito che anche essa è composta da esseri umani e che avrei dovuto meritarmi il loro rispetto. I miei genitori, tuttavia, sempre troppo occupati per me, non mi hanno mai insegnato il significato di questo termine: ho dovuto capire da sola che cosa volesse dire. O meglio, me lo hanno insegnato le esperienze di vita e i calci in culo. E così mi ritrovo a 23 anni con il desiderio costante di qualcosa che mai avrò nella mia deprimente esistenza: rispetto. Né dai parenti, né da coloro che sostengono di essermi amici. Sono profondamente sola. Ogni notte mi addormento con la bramosia di non risvegliarmi più in questo incubo ricorrente che è la (mia) realtà. Annaspo tra decedute speranze e sogni infranti. Ho investito risorse immani per migliorarmi, ma a nulla è servito. La redenzione non è poi gran cosa.

Non provate a salvarmi, ci vuole un’altra vita.

WhiteFlag –

Piove.
Alcun suono eccetto il tintinnìo delle gocce d’acqua triste, si ode in tutta la casa.
Esse sbattono prepotentemente sui vetri gelidi dei balconi, delle finestre.
Scrivo mentre ogni essere o cosa giace, sogna, per sfuggire alla propria esistenza altrimenti grigia e scialba e miseramente reale.
Buio.
L’oscurità travolge le pareti, il soffitto, le librerie polverose covi d’insetti notturni.
Le pagine bianche riflettono la luce calda dell’abat-jour, sembra che le parole fuoriescano da qui da sole, animate da un istinto primordiale che spinge loro a farsi vita, a divenire reali, abbandonare per sempre l’astrattismo della poesia. Quanta vana letteratura è stata sprecata!, qual dolore provano adesso queste lettere sconnesse che ora fluttuano nell’etere! Volteggiano sopra questi fogli pesanti, ora svuotati di ogni senso e virtù. Prima al centro della stanza, or ora si spostano, corrono via, rompono i vetri – frastuono – l’acqua le appesantisce, alcune cadono sulla terra urlante, altre tornano. Di libertà private così presto.
( Dinnanzi al dolore siamo tutti anime gemelle: nessuna distinzione, nessun sesso, soltanto spiriti ciechi in balìa del caos. )
Lei, la pioggia, continua a cadere. Scroscia, perturba le mie riflessioni. Il fumo di una sigaretta si leva, le dita avvertono la bassa temperatura di questa notte autunnale – stagione tardiva nella regione del sole. Non vi è pace, non vi è guerra. Il cane ai piedi del letto miagola, immagina praterie assolate e il volto della sua padrona, ora lontana nella laguna. Non io, non posso dormire, gli incubi mi accerchierebbero.
L’ieri mi tormenta, il futuro non esiste e l’oggi è irreale, una dimensione fittizia in cui crediamo di vivere, invece ci assedia, ci possiede, ma prende una forma tutta sua, mai nostra. Noi non siamo reali. Non io, non questo diario, non queste lettere componenti parole.
Non tu,
non io.

Today(yesterdayisgone) –

Oggi sono tutti Photographers, Webdesigners, Make-Up Artists, Singers, Musicians, Bloggers.
Ma che hanno fine hanno fatto I Fotografi, quelli che per “riuscire” una foto non usavano la modalità automatica, ma sceglievano un rullino con cura, stavano attenti alla luce, ai soggetti e rimanevano chiusi in una camera oscura per ore?
E gli Illustratori, che non avevano Photoshop, ma la propria fantasia e venivano riconosciuti come “artisti”?
Ma i truccatori invece? Da quando saper indossare una maschera colorata è considerato “arte”?
E i cantautori e i compositori? Quelli che scrivevano testi con un senso compiuto e un pentagramma cartaceo?
E gli scrittori? Quelli che scrivevano libri veri, e non manuali di cucina. Quelli che si riconoscevano per le dita sporche d’inchiostro, lo sguardo perso e sognante nel vuoto; o dai calli per una macchina da scrivere dai tasti troppo duri? Quelli che trasmettevano emozioni durature e non elargivano consigli sul come educare il proprio gatto.

La verità è che oggi è tutto più facile, con la tecnologia, e ci si accontenta non volendo essere Felici. Ricerchiamo la banalità, perché non sapremmo riconoscere l’essenza pura delle cose nemmeno se ci facessero il disegnino. Molti cercano la compagnia per il sabato sera, non l’amore di una vita. Non si desidera un lavoro per soddisfazione personal ed etica, ma per poter acquistare l’ultimo modello di qualche smartphones.
Siamo una generazione di illusi. Ci circondiamo di gingilli e tecnologia per non vedere l’assenza di un ipotetico progresso intellettuale e morale.
Stiamo morendo dentro, perché un regalo vale più di una carezza, un commento virtuale più di un’opinione singola, individuale ed UNICA nel suo essere.
Muoriamo ogni volta che (s)parliamo troppo su qualcuno, causando una serie di cause-effetto inimmaginabili.
Muoriamo ogni volta che guardiamo un programma televisivo, anziché leggere un buon libro (possibilmente non di cucina).
Muoriamo ogni volta che “TAGGHIAMO” un familiare o un amico o un fidanzato in un “POST”, al posto di parlarne di presenza in modo da avere ricordi reali e non fittizi; o in una foto, anziché stamparla e toccare con mano l’immagine di un attimo, che invece si perda nella memoria di un robot, piuttosto che di un essere umano, fatto di carne, ossa, sangue, lacrime, sorrisi, e.

E alla fine sono morta un po’ anche io, perché ho ricopiato ciò che avevo scritto sulla mia moleskine, su un sito web.