I don’t love you –

Tanti mesi fa qualcuno mi disse, sprezzante: “Credi sia così facile trovare qualcuno che ti ami?”
A distanza di tempo, credo sia molto più difficile riuscire ad amare, che essere amati. Per molti, ci vuole una predisposizione ai sentimenti che ci è stata negata dalle sofferenze e dai triboli della vita.

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Words –

Le parole sono difficili da gestire. Ci vuole molta responsabilità nel pronunciarle. Esse sono un campo minato di sofferenze e in base a queste si viene giudicati. In verità non trasmettono nulla, né il vero né il falso, anzi qualcosa a metà tra il fittizio e la speranza.

Si viene “giudicati” perché chi “parla” troppo è un ciarlatano, chi poco un saggio, chi dice qualcosa riconosciuta falsa socialmente un bugiardo e viceversa. Inoltre, in base alla figura che rappresentiamo in questo teatro globale, tutto ciò che diciamo è vero o meno. Un poliziotto verrà sempre creduto, un politico meno.

Le parole sono sassi e alle volte feriscono più delle azioni reali. Tuttavia, bisogna che si sappiano utilizzare, dosare, pesare e accettare il fatto che tutto ciò che viene espresso dal nostro apparato fonetico ha delle conseguenze.

E’ tutto ambiguo, nessuna parola ha un significato definito, perché chiunque può interpretarle, farle proprie e donare loro un senso preciso e unico.

WhiteFlag –

Piove.
Alcun suono eccetto il tintinnìo delle gocce d’acqua triste, si ode in tutta la casa.
Esse sbattono prepotentemente sui vetri gelidi dei balconi, delle finestre.
Scrivo mentre ogni essere o cosa giace, sogna, per sfuggire alla propria esistenza altrimenti grigia e scialba e miseramente reale.
Buio.
L’oscurità travolge le pareti, il soffitto, le librerie polverose covi d’insetti notturni.
Le pagine bianche riflettono la luce calda dell’abat-jour, sembra che le parole fuoriescano da qui da sole, animate da un istinto primordiale che spinge loro a farsi vita, a divenire reali, abbandonare per sempre l’astrattismo della poesia. Quanta vana letteratura è stata sprecata!, qual dolore provano adesso queste lettere sconnesse che ora fluttuano nell’etere! Volteggiano sopra questi fogli pesanti, ora svuotati di ogni senso e virtù. Prima al centro della stanza, or ora si spostano, corrono via, rompono i vetri – frastuono – l’acqua le appesantisce, alcune cadono sulla terra urlante, altre tornano. Di libertà private così presto.
( Dinnanzi al dolore siamo tutti anime gemelle: nessuna distinzione, nessun sesso, soltanto spiriti ciechi in balìa del caos. )
Lei, la pioggia, continua a cadere. Scroscia, perturba le mie riflessioni. Il fumo di una sigaretta si leva, le dita avvertono la bassa temperatura di questa notte autunnale – stagione tardiva nella regione del sole. Non vi è pace, non vi è guerra. Il cane ai piedi del letto miagola, immagina praterie assolate e il volto della sua padrona, ora lontana nella laguna. Non io, non posso dormire, gli incubi mi accerchierebbero.
L’ieri mi tormenta, il futuro non esiste e l’oggi è irreale, una dimensione fittizia in cui crediamo di vivere, invece ci assedia, ci possiede, ma prende una forma tutta sua, mai nostra. Noi non siamo reali. Non io, non questo diario, non queste lettere componenti parole.
Non tu,
non io.

“Time passes quickly and chances are few” –

Perché dobbiamo essere schiavi delle ore, delle date, delle scadenze?
Viviamo nelle convenzioni e la più terribile invenzione dell’uomo è l’orologio.
Come automi osserviamo due maledette lancette muoversi, girare intorno ad un perno con moto sempre uguale e ripetitivo. Sono queste a scandire il tempo, non i secondi che -inevitabilmente- scorrono.
E se queste girassero al contrario anche un solo giorno all’anno?
Si riscoprirebbe il tempo perduto, spendendolo in modo migliore così da imparare a liberarsi dei rimpianti.
Out of Order

Today(yesterdayisgone) –

Oggi sono tutti Photographers, Webdesigners, Make-Up Artists, Singers, Musicians, Bloggers.
Ma che hanno fine hanno fatto I Fotografi, quelli che per “riuscire” una foto non usavano la modalità automatica, ma sceglievano un rullino con cura, stavano attenti alla luce, ai soggetti e rimanevano chiusi in una camera oscura per ore?
E gli Illustratori, che non avevano Photoshop, ma la propria fantasia e venivano riconosciuti come “artisti”?
Ma i truccatori invece? Da quando saper indossare una maschera colorata è considerato “arte”?
E i cantautori e i compositori? Quelli che scrivevano testi con un senso compiuto e un pentagramma cartaceo?
E gli scrittori? Quelli che scrivevano libri veri, e non manuali di cucina. Quelli che si riconoscevano per le dita sporche d’inchiostro, lo sguardo perso e sognante nel vuoto; o dai calli per una macchina da scrivere dai tasti troppo duri? Quelli che trasmettevano emozioni durature e non elargivano consigli sul come educare il proprio gatto.

La verità è che oggi è tutto più facile, con la tecnologia, e ci si accontenta non volendo essere Felici. Ricerchiamo la banalità, perché non sapremmo riconoscere l’essenza pura delle cose nemmeno se ci facessero il disegnino. Molti cercano la compagnia per il sabato sera, non l’amore di una vita. Non si desidera un lavoro per soddisfazione personal ed etica, ma per poter acquistare l’ultimo modello di qualche smartphones.
Siamo una generazione di illusi. Ci circondiamo di gingilli e tecnologia per non vedere l’assenza di un ipotetico progresso intellettuale e morale.
Stiamo morendo dentro, perché un regalo vale più di una carezza, un commento virtuale più di un’opinione singola, individuale ed UNICA nel suo essere.
Muoriamo ogni volta che (s)parliamo troppo su qualcuno, causando una serie di cause-effetto inimmaginabili.
Muoriamo ogni volta che guardiamo un programma televisivo, anziché leggere un buon libro (possibilmente non di cucina).
Muoriamo ogni volta che “TAGGHIAMO” un familiare o un amico o un fidanzato in un “POST”, al posto di parlarne di presenza in modo da avere ricordi reali e non fittizi; o in una foto, anziché stamparla e toccare con mano l’immagine di un attimo, che invece si perda nella memoria di un robot, piuttosto che di un essere umano, fatto di carne, ossa, sangue, lacrime, sorrisi, e.

E alla fine sono morta un po’ anche io, perché ho ricopiato ciò che avevo scritto sulla mia moleskine, su un sito web.

Thoughts pt.2 –

Ουκ εγώ, κατακτενεις.”
Tu ucciderai te stessa, non io.”
Eschilo.

Dite di aver sofferto, ma io non vedo dolore nei vostri occhi.
Non avete lo sguardo di chi ha perso buona parte di sé nella perfidia dell’esistere.
Voi non navigate nell’infinito mare vitale come corpi vuoti e deambulanti.
Forse il vostro cuore si sarà spezzato, di tanto in tanto; forse, ancora, avrete ricevuto una delusione o più, ma non avete il passo pesante e le spalle abbassate di chi trascina con sé ossa e muscoli come qualcosa che non può essere evitato.

Prendiamo tutti parte a quest’epoca terroristica di vacue speranze, ma in nessuno di voi scorgo l’ardore che proclamate di possedere. In qualche modo, che non comprendo, ostentate una forma che non vi appartiene. Decantate la miseria umana e la sofferenza avuta in modi inverosimili.
Come può prendervi sul serio chi è morto giorno per giorno, parola dopo parola, sangue su sangue, ma è costretto a “vivere” tra voi, esseri mutaforma?

Vi prego, smettetela.
Smettetela di far finta di offendervi per una frase mal pronunciata, se in verità questa non vi trafigge cuore e basso ventre.
Smettetela di declassare a nullità coloro che ritenete responsabili per qualcosa per cui incolpare esclusivamente le vostre azioni negative.
Non citate parole altrui di cui non comprendete il significato intrinseco.
Non appropriatevi di caratteristiche che non vi appartengono in alcun modo solamente per apparire interessanti o “misteriosi”.

Non dite di aver sofferto, se nel vostro sguardo non vi è il dolore di chi dentro non ha null’altro che sangue ed organi, ma è costretto a deambulare tra voi miseri mutaforma.

Quote and Thoughts –

Noi non siamo altro che una cosa morta, come la luna.
(Henry Miller, Tropico del Cancro.)

Questa frase parla di me e di lui: siamo la luna.
Brilliamo da anni; splenderemo per sempre di una luce atavica, ancestrale, infinita, ma mai nostra.
Mai ci apparterrà questa vita che abbiamo deciso di non concederci.
Siamo morti, mentre insistiamo nel voler esistere in delle forme fin troppo visibili e gravose.
È tempo di trasformarci in soli(tudini).