WhiteFlag –

Piove.
Alcun suono eccetto il tintinnìo delle gocce d’acqua triste, si ode in tutta la casa.
Esse sbattono prepotentemente sui vetri gelidi dei balconi, delle finestre.
Scrivo mentre ogni essere o cosa giace, sogna, per sfuggire alla propria esistenza altrimenti grigia e scialba e miseramente reale.
Buio.
L’oscurità travolge le pareti, il soffitto, le librerie polverose covi d’insetti notturni.
Le pagine bianche riflettono la luce calda dell’abat-jour, sembra che le parole fuoriescano da qui da sole, animate da un istinto primordiale che spinge loro a farsi vita, a divenire reali, abbandonare per sempre l’astrattismo della poesia. Quanta vana letteratura è stata sprecata!, qual dolore provano adesso queste lettere sconnesse che ora fluttuano nell’etere! Volteggiano sopra questi fogli pesanti, ora svuotati di ogni senso e virtù. Prima al centro della stanza, or ora si spostano, corrono via, rompono i vetri – frastuono – l’acqua le appesantisce, alcune cadono sulla terra urlante, altre tornano. Di libertà private così presto.
( Dinnanzi al dolore siamo tutti anime gemelle: nessuna distinzione, nessun sesso, soltanto spiriti ciechi in balìa del caos. )
Lei, la pioggia, continua a cadere. Scroscia, perturba le mie riflessioni. Il fumo di una sigaretta si leva, le dita avvertono la bassa temperatura di questa notte autunnale – stagione tardiva nella regione del sole. Non vi è pace, non vi è guerra. Il cane ai piedi del letto miagola, immagina praterie assolate e il volto della sua padrona, ora lontana nella laguna. Non io, non posso dormire, gli incubi mi accerchierebbero.
L’ieri mi tormenta, il futuro non esiste e l’oggi è irreale, una dimensione fittizia in cui crediamo di vivere, invece ci assedia, ci possiede, ma prende una forma tutta sua, mai nostra. Noi non siamo reali. Non io, non questo diario, non queste lettere componenti parole.
Non tu,
non io.

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Thoughts pt.2 –

Ουκ εγώ, κατακτενεις.”
Tu ucciderai te stessa, non io.”
Eschilo.

Dite di aver sofferto, ma io non vedo dolore nei vostri occhi.
Non avete lo sguardo di chi ha perso buona parte di sé nella perfidia dell’esistere.
Voi non navigate nell’infinito mare vitale come corpi vuoti e deambulanti.
Forse il vostro cuore si sarà spezzato, di tanto in tanto; forse, ancora, avrete ricevuto una delusione o più, ma non avete il passo pesante e le spalle abbassate di chi trascina con sé ossa e muscoli come qualcosa che non può essere evitato.

Prendiamo tutti parte a quest’epoca terroristica di vacue speranze, ma in nessuno di voi scorgo l’ardore che proclamate di possedere. In qualche modo, che non comprendo, ostentate una forma che non vi appartiene. Decantate la miseria umana e la sofferenza avuta in modi inverosimili.
Come può prendervi sul serio chi è morto giorno per giorno, parola dopo parola, sangue su sangue, ma è costretto a “vivere” tra voi, esseri mutaforma?

Vi prego, smettetela.
Smettetela di far finta di offendervi per una frase mal pronunciata, se in verità questa non vi trafigge cuore e basso ventre.
Smettetela di declassare a nullità coloro che ritenete responsabili per qualcosa per cui incolpare esclusivamente le vostre azioni negative.
Non citate parole altrui di cui non comprendete il significato intrinseco.
Non appropriatevi di caratteristiche che non vi appartengono in alcun modo solamente per apparire interessanti o “misteriosi”.

Non dite di aver sofferto, se nel vostro sguardo non vi è il dolore di chi dentro non ha null’altro che sangue ed organi, ma è costretto a deambulare tra voi miseri mutaforma.